10 domande a Elisa Teglia

10 domande a Elisa Teglia

a cura di Alessandro Bottelli

 

Elisa Teglia, giovane organista e musicologa bolognese, inaugura la quarta edizione di Box Organi. Suoni e parole d’autore con un programma incentrato su musiche rossiniane e di autori in qualche modo “toccati” dalla prorompente vitalità del genio pesarese. Per l’occasione, eseguirà anche un nuovo brano di Fausto Caporali. Le abbiamo rivolto alcune domande. 

 

1. Qual è stata la molla che l’ha spinta a diplomarsi proprio in organo?

La varietà del repertorio organistico; la brillantezza dei docenti coi quali ho avuto la fortuna di studiare, come anche delle esperienze che ho maturato già nei primissimi tempi di studio. Negli anni ho poi scoperto che molte delle qualità del suonare l’organo, come il saper fraseggiare lasciando respirare lo strumento, la scelta dei registri, la duttilità necessaria per adattarsi ad ogni diversa epoca storica, mi appartengono pienamente e il mio fare musica si forma e si completa anche grazie alle caratteristiche tipiche del mio strumento, e non solo per le capacità tecniche acquisite con lo studio.

 

2. Dal 2015 insegna organo al Conservatorio di Reggio Calabria. Che tipo di sensibilità e di attenzione riscontra per questo strumento oggi in Italia, soprattutto da parte delle giovani generazioni?

Nella mia esperienza, noto in generale molto interesse, forse anche timore ad accostarsi all’organo piuttosto che a strumenti come il pianoforte, il violino… Forse l’organo richiede, già in partenza, una maturità maggiore.

 

3. In che modo la musica è diventata parte essenziale della sua vita?

La musica, come ogni arte, è sempre stata parte della mia vita, come lo è di chiunque cerchi nella propria esistenza la presenza della bellezza e di quel “di più” che i meri dati tangibili e tecnici non danno. È diventata essenziale con la mia scelta professionale, voluta fin dal primo giorno di lezione di organo.

 

4. In auto ascolta solo musica organistica o anche altro? Che cosa, in particolare?

In auto ascolto tutto ciò che i miei compagni di viaggio (se presenti) preferiscono ascoltare, stando sempre attenta che il volume non impedisca l’attenzione necessaria alla guida.

 

5. Si è mai fatta incantare, oltre che da Frescobaldi, Bach, Mendelssohn o Franck, anche da brani di musica rock o pop o rap o jazz? Potrebbe spiegarci che cosa prova il suo orecchio all’ascolto dei primi rispetto ai secondi e viceversa?

L’incantamento, chiamiamolo così, che dà la musica penso non possa essere rinchiuso in un singolo repertorio o in un singolo autore, anche perché vorrebbe dire restringere il campo emozionale in una tabella di corrispondenze che un giorno funziona, un altro no. Ognuno di noi credo infatti che abbia il diritto di emozionarsi, di lasciarsi coinvolgere o al contrario di restare estraneo a ciò che sente, a seconda delle situazioni che sta attraversando. Detto ciò, credo che la musica classica abbia sempre bisogno di un ascolto più attento di quello che richiede la musica leggera; a me non piace schematizzare, non mi è quindi possibile dire che per la musica organistica provo sempre determinate sensazioni, mentre per l’altra musica ne provo altre… per fortuna, l’essere umano è sempre una sorpresa.

 

6. Che cos’ha di “femminile” uno strumento come l’organo?

Niente, credo, come non ha nulla di “maschile”. Penso che ogni strumento musicale possa rispecchiare le doti musicali che l’esecutore ha “accumulato” nei suoi anni di esperienza, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna. Così, se sento un uomo suonare dolcemente non dico che è un effeminato, ma dico che sta interpretando con dolcezza, e se sento una donna suonare con veemenza non la giudico un maschiaccio, ma osservo quale lettura fa l’esecutrice di quel passaggio.

 

7. Per la sua professione ha avuto qualche modello o punto di riferimento tra le colleghe organiste operanti sia in Italia sia all’estero?

Non ho studiato principalmente con delle donne; ho avuto docenti uomini, e ciò non ha impedito in nulla alla mia musicalità di svilupparsi e di fiorire, perché appunto la musicalità non dipende essenzialmente dall’essere uomo o donna.

 

8. A differenza di padre Davide da Bergamo o di Lefébure-Wély, autori da lei scelti per il concerto di Lallio, Rossini non ha mai scritto brani originali per lo strumento a canne. Eppure, la sua musica si adatta molto bene ad essere eseguita alle tastiere dell’organo…

Certo, l’organo si presta in generale alle trascrizioni orchestrali; la quantità di pagine di repertorio organistico di fine Settecento e inizio Ottocento ci testimonia come l’organo sia lo strumento più indicato nel riprodurre l’effetto orchestrale.

 

9. Il programma riporta anche un brano di Pietro Alessandro Yon, compositore di cui lei ha inciso recentemente l’integrale organistica e che negli ultimi anni sembra godere di una inaspettata renaissance. A quando risale l’interesse per l’opera di questo musicista?

Risale a qualche anno fa, quando parlando con il direttore artistico della Tactus ho notato che ancora non era stata pubblicata l’opera omnia di questo autore. Di Yon allora conoscevo ben poco; è stata una bella sorpresa scoprire tutto il suo repertorio e approfondirlo durante questi anni e ora, a lavoro ultimato, la soddisfazione è davvero tanta.

 

10. Il maestro Fausto Caporali ha scritto per l’occasione un nuovo brano in omaggio a Gioachino Rossini che lei terrà a battesimo sull’organo Bossi Urbani della Parrocchiale di Lallio. Quali sono, a suo avviso, le peculiarità di questo lavoro?    

Il maestro Caporali è uno dei più grandi organisti italiani del momento, e questo brano mi fa scoprire un aspetto di lui che non conoscevo (oltre a quello di grande improvvisatore ed esecutore), quello compositivo; GiRossini è un brano che unisce le tipiche movenze rossiniane ad armonie e stili moderni, che lasceranno senz’altro il pubblico di Lallio a bocca aperta!

 

 

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